Il Made in Italy? Fermo agli anni 80…
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Il Made in Italy? Fermo agli anni 80…

Da un articolo pubblicato il 5 settembre scorso su "Il sole 24 ore" risulta fotografato lo scenario, anacronistico, in cui naviga l'intero comparto del "Made in Italy" per sottolineare il fatto che le imprese manifatturiere del bel paese di piccola e media dimensione, le PMI, non investono e non si rinnovano seguendo una consuetudine che ormai va avanti sin dagli anni 80.

Back to the Eighties, è proprio il caso di dirlo, con la differenza che qui non siamo in discoteca e che in ballo c’è il futuro di un intero paese…

Non è solo il comparto comunicazione a soffrire di più di questa surreale situazione, magari fosse circoscritta solo a tale ambito, ma l’organizzazione in toto. Sono le tecnologie, i processi, le risorse umane non adeguatamente aggiornate ai tempi che corrono a destare preoccupazione e stupore.

Tutto questo impatta negativamente sulla competitività e sulla redditività delle PMI italiane a discapito delle aziende di pari livello in Germania, Francia, Spagna, più reattive e proattive a rispondere alle sollecitazioni del mercato.

Quale scenario si sarebbe configurato ai nostri occhi qualora le PMI, afflitte da questa sindrome asfittica da un lato, ma protette, dall’altro, dal fattore “made in Italy“, avessero costantemente investito in comunicazione, innovazione e formazione a partire dagli anni 80′?

Il fatto di beneficiare in esclusiva del brand “Made in Italy” è stato sì una manna dal cielo, una sorta di velo di Maya che le ha preservate e protette per decenni.

Ben venga il made in Italy come marchio di assoluta eccellenza, ma nel 2020 le PMI devono essere consapevoli che fregiarsi di questa targa non è più sufficiente per stare sul mercato e competere. Bisogna investire su tutti i fronti senza lasciare nulla alle spalle.

Un dato per comprendere meglio la crisi del settore manifatturiero italiano: su 100.000 euro di fatturato le PMI investono in media tra lo 0,2% e lo 0,8% in attività di comunicazione e marketing all’anno. Contro una media europea che oscilla tra il 5% ed il 7%.

Sono numeri che fanno riflettere e che imbarazzano tutte le filiere produttive del bel paese. Un 2 a 0 a tavolino secco.

La cartina di tornasole c’è l’ho tutti i giorni andando in giro in cerca di nuovi clienti: mi imbatto in siti web di aziende, per giunta storiche, anacronistici, mettendomi nei panni di un ipotetico nuovo loro cliente che le trova per la prima volta sul motore di ricerca.

Ma dove sono finiti gli imprenditori, i managers, le loro ambizioni che hanno reso unico il modo di fare impresa in Italia a partire dal dopoguerra? E’ possibile mai che nel 2020 con rotta nel 2021 l’elettroencefalogramma sia irrimediabilmente così piatto? Mi piacerebbe incontrarli per capire cosa effettivamente stanno facendo in concreto per le loro tanto “amate” aziende.

Mi piacerebbe che qualcuno tra loro rispondesse a tale articolo ma in modo propositivo, senza tirar fuori sempre la solita storia trita e ritrita che la colpa è dello Stato e della tassazione…

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