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Revolution: dal conto terzi al branding di prodotto
comunicazione, news

Revolution: dal conto terzi al branding di prodotto

A dir il vero sarebbe proprio il momento giusto per una bella rivoluzione...Non fisiologica evoluzione, ma rivoluzione bella e buona, perché qui la questione si fa seria.Esiste una moltitudine di aziende meccaniche nell’interland di Bologna che dalla notte dei tempi, lavora per conto di un coacervo di clienti, i terzi.

Quante volte mi è capitato, girovagando a zonzo per imprese, sentirmi dire: “Guardi non ci interessa avere un sito internet perché tanto noi lavoriamo conto terzi“.

Acci perbacco, ribatto io, cioè…?

E’ il famigerato conto terzi! Una sorta di pseudo divinità pagana che distribuisce lavoro in lungo ed in largo per l’Emilia Romagna.

E’ il più grande datore di lavoro che ad oggi si sia mai conosciuto, almeno dalle mie parti, il conto terzi.

Ma c’è da inorgoglirsi del conto terzi?

E’ lapalissiano: se il loro cliente/ clienti principale chiude, chiudono tutti quanti nella filiera come in una sorta di domino, ipotesi assolutamente remota per i conto terzisti, che di fatto non si è mai verificata…

Può essere che sto dicendo una bugia?

Una dipendenza assoluta dal mercato, una stretta mortale che vi può trascinare giù, ed ancora più giù sino all’estinzione.

Aziende che hanno fatto del conto terzi il loro modus operandi, anzi chiamatela mission: un neo feudalesimo che si protrae con alti e bassi per ciascuna di esse da 50, forse 70 anni, tramandandosi il pacchetto clienti, all inclusive, così com’è stato ricevuto, per grazia pater, di generazione in generazione, che non ha mai avuto bisogno di marketing di prodotto se non il fatto, sporadico, di riuscir a cavar fuori dal cilindro caselle di posta elettronica da libero o tin che ha quasi del kitsch per chi tratta come me di comunicazione digitale…

Nel 2018, questo è il massimo stadio evolutivo raggiunto dai conto terzisti prima dell’avvento sulla terra della pec…

Aziende rinomate per la loro attività, dimensionalmente consistenti, dotate sì di una mediocre base tecnologica, ma senza ombra di dubbio di ottima manualità artigianale. I cui unici spiccioli reinvestiti, frutto di questa loro interminabile era glaciale, li hanno destinati su macchinari CNC, non sempre nuovi certamente, a sostituzione di quei torni / frese tradizionali, che, comunque, non sono stati mai dismessi del tutto, anzi… Nonostante il loro essere al di fuori da ogni norma legislativa inerente la sicurezza aziendale, continuano tutt’ora ad esercitare imperterrite quelle le loro funzioni.

D’altronde siamo in Italia, il paese dove tutto è vietato e consentito allo stesso tempo, uno dei posti al mondo col più elevato tasso di incidenti sul lavoro.

Grazie al conto terzi, aziende emiliane hanno basato e fondato la loro ricchezza patrimoniale. Cosa che avere forza propulsiva negli anni 80, una sua ragion d’essere, ancora a fine millennio. Epoca in cui per far soldi bastava poco ingegno e molta, molta dedizione.

Oggi i tempi sono letteralmente cambiati. Chi è sopravvissuto a fare conto terzi oggi ha una struttura organizzativa di stampo familiare, dato che non può permettersi i margini degli anni 90. Le eccezioni sono rare perché non tutti hanno le capacità e la mentalità per essere qualificati come Imprenditori. Qui non vi è nessun rischio proprio, bensì altrui.

Nel 2018 non è più sufficiente puntare sulla qualità artigianale dei manufatti o sulle economie di scala per restare sul mercato.

La seconda strada non è facile, ci si va a scontrare dritti contro un muro e si sa ci si fa molto male.

Chi sono quei conto terzisti in grado, oggi, di investire in nuovi macchinari e personale? La regola ormai è tirare i remi in barca. (Ci sarebbe qui da aprire una parentesi generazionale per mettere a confronto le capacità dei padri fondatori ,spesso, con le incapacità dei figli ereditieri, ma non lo faccio.)

Lascio a voi la risposta.

La prima soluzione, quella della qualità potrebbe mostrarsi l’unica strada percorribile, dando per scontato che il cliente/i principale non tiri la sola scegliendo all’improvviso un terzista terzo.

Oggi purtroppo con la delocalizzazione della produzione una grande azienda, leader di mercato, può scegliere di far produrre delle parti meccaniche poco complesse in Polonia ad un terzo del costo italiano o in Cina ad 1 sesto.

Non sembrano dunque due soluzioni smart.

Ed allora che fare?

La prima cosa è partire da un bell’esame di coscienza organizzativo. Capire quali possono essere i punti di forza e debolezza. Dopo 50 anni sarete pure in grado di sapere cosa sapete fare ben e cosa no…

Fatto questo, costruirvi un vostro prodotto su misura, un nuovo brand e proporlo al mercato sfruttando la tecnologia di cui disponente. Questa è la sola soluzione vincente per ritornare ad essere Imprenditori.

Accostare al braccio, per la prima volta, una mente, con una sua logica, così da pianificare e supportare lo sviluppo del prodotto in termini di marketing.

Già il marketing, parola assai desueta quando si tratta coi conto terzisti, per aiutarli a mettere a fuoco nuovi scenari.

Dandovi nuova libertà di fare, energia vitale, dato che ora potrete anche pensare. Di scegliere finalmente voi cosa è più conveniente per la vostra azienda, senza essere più sudditi di nessuno.

Decidere voi il costo della mano d’opera e, di rimbalzo, del nuovo brand, dei nuovi prodotti.

Rivoluzione autentica.

In conclusione mi appello a tutte quelle aziende conto terziste della regione ed in Italia che si alzano la mattina e sono operative già a partire alle 7.30 am: a prescindere dalle osservazioni sopra citate, condivisibili o meno, non vi siete ancora annoiate di fare per 20, 50, 70 anni, inesorabilmente, ogni giorno dell’anno, le stesse lavorazioni? Per una volta nella provate a guardatevi intorno. Non è fantascienza che ci siano prodotti non per forza di cose complessi, che varrebbe la pena sviluppare, già sviluppare a partire dal vostro fenomenale know how italiano se solo aveste innato un seppur minimo dna imprenditoriale.

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